LE RADICI DELLA MINDFULNESS

Storicamente la mindfulness affonda le sue radici nel buddismo e nella meditazione, una
tradizione antichissima di 2.500 anni. E’ possibile notare come tale pratica meditativa
sia diffusa in differenti ambiti e culture. Infatti, esistono 3 scuole principali di
meditazone: la tradizione Thervada della Vipassana o Insight Meditation, situata in Sri
Lanka, Tailandia e Cambogia, la tradizione Mahayana dello Zen, presente
principalmente in Cina, Giappone e Mongolia e la tradizione tantrica o Vajrayana,
sviluppata in Tibet o Nepal (Chiesa A. 2011). Gunaratana (1995), importante monaco
buddista, mette in evidenza come la meditazione Vipassana ha lo scopo di chiarire la
natura della realtà e di comprendere il funzionamento della mente. Pertanto, il termine
Vipassana viene tradotto con l’espressione “meditazione di chiara visione” o con il
termine inglese “insight”. A tal proposito, in un recente studio (Szekeres RA &
Wertheim EH, 2014) si dimostra come i corsi residenziali di tale pratica meditativa,
influiscano sullo stress e sul benessere aumentando, almeno in parte, i livelli di
consapevolezza. Jon Kabatt-Zinn (2010) medico statunitense, ha dato un prezioso
contributo alla diffusione della mindfulness in ambito clinico, sottolineando
l’importanza della consapevolezza da lui descritta come “una lente che concentra le
energie disperse e reattive della nostra mente in un’unica sorgente di energie coerente,
che diviene disponibile per vivere, per risolverci i problemi e per guarire” (p. 19). Egli
ribadisce come lo sviluppo della consapevolezza sia possibile grazie alla meditazione, la
cui essenza consiste nel fare attenzione alla propria esperienza e, invece, molto spesso la
nostra attenzione è rivolta al passato, al futuro e raramente al presente. La nostra mente
senza che ce ne accorgiamo è continuamente assorbita dal flusso incessante dei nostri
pensieri e così perdiamo di vista quello che in realtà stiamo facendo nel momento
presente. A tal proposito, Thich Nhat Hanh (1992) paragona la mente umana ad una
scimmia che salta da un ramo all’altro per la foresta, e a noi non resta che osservarla
continuamente, dirigendo consapevolmente la nostra attenzione. Secondo l’autore per
realizzare un “cuore sereno” e una “mente lucida” è necessario praticare la meditazione
attraverso alcuni esercizi quotidiani. Quindi si può meditare mentre camminiamo,
mentre laviamo i piatti, mentre parliamo con un’altra persona, prestando attenzione al
nostro respiro. Infatti, lo stesso Kabat-Zinn (2010), scrive “il respiro ha una funzione
importantissima per la meditazione e per la guarigione:
esso è un alleato e un maestro incredibilmente potente nel lavoro della consapevolezza”.
Per cui ogni volta chela mente vaga la si può riportare al qui ed ora
semplicemente dirigendo la nostra attenzione al respiro.
Per cui l’attenzione diventa una risorsa cognitiva necessaria alla
pratica della meditazione.
Uno studio (Jha, Krompinger & Baime, 2007) ha dimostrato che coloro che erano
reduci da un ritiro meditativo e coloro che avevano ricevuto un trattamento Mindfulness
Based Stress Reduction (MBSR) presentavano un livello di attenzione maggiore rispetto
al gruppo di controllo. Di Donna (2012), in particolare, ha spiegato come tradizionalmente la
meditazione avesse l’obiettivo principale di portare l’attenzione su un singolo oggetto,
mentre la meditazione mindfulness consiste più nell’investigare un processo che
nell’esaminare un oggetto. Nella pratica mindfulness c’è meno il controllare il “cosa”
diventa oggetto di consapevolezza dando più importanza invece a “come” tale
consapevolezza si manifesta. Olendski, descrive la mindfulness come “una qualità
dell’attenzione allo stesso tempo fiduciosa, benevola, generosa ed equanime. Un modo
di essere consapevoli, un atteggiamento mentale verso l’esperienza e una modalità
della consapevolezza che, paradossalmente, è al tempo stesso profondamente vicina e
oggettivamente lontana” (citato in Di Donna, 2012, p. 94).


